Dovere di diligenza - Inadempimento al mandato - Consiglio Nazionale Forense, decisione del 12-10-2011, n. 161 - Foroeuropeo La_Professione_Forense_mini

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Dovere di diligenza - Inadempimento al mandato - Consiglio Nazionale Forense, decisione del 12-10-2011, n. 161

Esercizio dell'attività professionale mediante l'ausilio di collaboratori - Dovere di verifica e controllo - Responsabilità disciplinare - Responsabilità personale - Gravità dell'inadempimento - Rilevanza - Adeguatezza della sanzione

La condotta che consista nell'aver omesso l'adempimento del mandato e nell'aver ciononostante fornito false assicurazioni alla parte assistita senza averne verificato la corrispondenza alla realtà integra la violazione di doveri essenziali dell'avvocato, anche qualora lo stesso abbia affidato a collaboratori compiti che avrebbe dovuto svolgere personalmente o far svolgere sotto la sua personale responsabilità nello studio verificandone l'esecuzione attentamente e costantemente. Trattasi, a tal riguardo, non di una sorta di responsabilità oggettiva, ma di responsabilità personale per doveri che fanno carico a colui al quale il mandato è stato conferito e lo ha accettato. La gravità dell'inadempimento del mandato può avere rilevanza solo ai fini dell'adeguatezza della sanzione ai sensi dell'art. 2 del C.D.F., ma non anche ai fini della configurazione della violazione e della sussistenza della responsabilità, qualora, come nella specie, i fatti siano provati. (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Roma, 11 dicembre 2008) 

Consiglio Nazionale Forense, decisione del 12-10-2011, n. 161

FATTO

Con esposto presentato il 30 marzo 2005 la signora {Paola omissis} accusava l'Avv.{Arnaldo omissis}, con studio in Roma, di non avere assolto l'incarico che gli aveva conferito nell'anno 2001, e che il legale aveva accettato, al fine di promuovere azioni penali e civili contro la {Banca Popolare di Milano} ritenuta dalla stessa responsabile di gravi violazioni contrattuali.
In particolare il legale aveva ritardato sino al 2003 la presentazione di una querela contro la Banca, ed aveva omesso di promuovere il giudizio civile pur avendo ricevuto la procura e un fondo spese ed avendo trasmesso alla cliente la bozza di un atto di citazione peraltro estremamente sommario.
La signora {omissis} riferiva che il legale le aveva ripetutamente confermato l'avvenuto inizio della causa civile asserendo falsamente che era stata rinviata per una consulenza di ufficio e per una prova per testi.
Solo allorché l'esponente, in assenza di riscontri sulle comunicazioni del legale, chiese la documentazione dell'attività svolta, questi ammise di non avere mai promosso il giudizio civile.
Rivoltasi all'Avv. {Flaviano Omissis} e avendo questi preso contatto con l'Avv. {omissis}, questi ammetteva i fatti asserendo di avere affidato la gestione della pratica ad una sua collaboratrice che da tempo aveva lasciato lo studio, e che aveva omesso di curare gli adempimenti.
Rifiutava tuttavia la restituzione del fondo spese ricevuto che riteneva dovuto rispetto alla attività stragiudiziale e penale svolta.
Richiesto dal Consiglio dell'Ordine di chiarimenti sull'esposto, l'attuale ricorrente, comparendo il giorno 11/01/2005, ammetteva i fatti e le proprie responsabilità pur precisando di non avere procurato alcun danno all'esponente; rifiutava inoltre di fare il nome della propria collaboratrice cui aveva affidato la pratica per asseriti motivi di riservatezza.
Con delibera in data 19 ottobre 2006 il Consiglio dell'Ordine apriva un procedimento disciplinare (n. 7899) contro l'attuale ricorrente per i seguenti addebiti:
"A) Ricevuto nell'anno 2001 il mandato difensivo dalla signora {Paola omissis} di agire giudizialmente innanzi al Tribunale di Roma contro la {Banca Popolare di Milano} per asserite inadempienze contrattuali inerenti al c/c bancario e al deposito di titoli, aperti da quest'ultima presso il suindicato istituto bancario;
- non iniziava il giudizio pur avendo ricevuto un acconto in danaro sulle spettanze professionali;
- assicurava la cliente, signora {Paola omissis}, nel corso degli anni e contrariamente al vero, che il suindicato giudizio era pendente innanzi al Tribunale di Roma.
B) Veniva così meno al suo dovere di correttezza compromettendo la propria dignità professionale.
In Roma dal 2001 al novembre 2004." .
Veniva quindi ascoltato l'incolpato, che confermava quanto già dedotto, ma non l'esponente, non comparsa sebbene regolarmente intimata.
Altro esposto contro l'Avv. {omissis} veniva indirizzato il 25/02/2005 al Consiglio dell'Ordine dall'Avv. {Gianni omissis del Foro di Rimini, il quale contestava al collega il mancato riscontro di "numerosissime" lettere inviategli per sollecitare il pagamento di una notula inviata nel luglio 2003 e relativa a prestazioni di corrispondente domiciliatario.
L'Avv. {omissis} precisava, anche in sede di comparizione personale, che il collega {omissis era stato nominato dalla cliente con mandato congiunto e che la comune cliente era stata posta in liquidazione e non aveva neppure corrisposto le competenze a lui dovute; si riservava di produrre documenti e chiedeva un termine per definire la questione con l'esponente, che il Consiglio gli assegnava in trenta
giorni a quel fine.
L'Avv. {omissis tuttavia il 30/10/2006 comunicava al Consiglio di non aver ricevuto dall'Avv. {omissis} alcuna comunicazione, né alcun pagamento.
Veniva pertanto deliberata in data 8/02/2007 l'apertura del procedimento disciplinare (n. 7922) per il seguente addebito:
" - Affidato l'incarico di domiciliatario all'Avv. {Gianni omissis del Foro di Rimini nell'interesse della {Leasing Medi Center} nella procedura esecutiva immobiliare
avanti al Tribunale di Rimini nei confronti della signora {Oloise Teresa}, ometteva, malgrado la ricezione di ripetuti solleciti, il pagamento delle competenze al medesimo domiciliatario, violando così il dovere di colleganza e lealtà così come disciplinato dall'art. 30 del Codice Deontologico Forense.
In Roma dal luglio 2003.
- Dopo aver chiesto e ottenuto un termine di trenta giorni per procedere al saldo delle competenze all'Avv. {Gianni omissis, dal Consigliere Istruttore nell'audizione dell'8 maggio 2006, ometteva di ottemperare all'impegno assunto violando così i doveri di lealtà e correttezza.
In Roma l'8 Maggio 2006." .
Comparso avanti al Consiglio l'incolpato dichiarava di non essere in grado di documentare che l'Avv. {omissis era stato inserito in procura con mandato congiunto in quanto non disponeva degli atti; che la somma dovuta era di circa 300,00 euro; che il nuovo legale della cliente aveva dichiarato che avrebbe preso contatto con i corrispondenti.
Il Consiglio, riuniti i procedimenti n. 7899 e n. 7922, ritenuta la responsabilità dell'incolpato per tutti gli addebiti, gli infliggeva la sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio della professione per mesi due.
La decisione riteneva provati i fatti contestati in base alla documentazione acquisita e alle stesse ammissioni dell'incolpato, mentre questi non aveva provato né che la cliente avesse rilasciato il mandato congiunto anche all'Avv. {omissis, né che la questione della pratica della signora {omissis} fosse stata effettivamente affidata ad una collaboratrice dell'incolpato della quale aveva rifiutato di indicare
l'identità.
Avverso la decisione ha proposto ricorso l'incolpato in data 23/12/2009.
Il ricorrente deduce che il mancato adempimento del mandato professionale conferitogli dalla signora {omissis}, non è più ritenuto sanzionabile se non in casi di particolare gravità e di reiterazione, e comporta eventualmente solo l'obbligo al risarcimento del danno.
Nel caso in esame asserisce inoltre che il fatto non sarebbe a lui imputabile, ma alla negligente condotta di una collaboratrice, della quale non ha rivelato il nome per sottrarla a conseguenze disciplinari.
Quanto all'esposto dell'Avv. {omissis conferma che lo stesso era stato direttamente nominato dal cliente e pertanto il ricorrente non era obbligato a corrispondergli le competenze.
Il Procuratore Generale, all'esito del dibattimento, ha chiesto il rigetto del ricorso.

DIRITTO
Preliminarmente il ricorrente eccepisce l'infondatezza della decisione in quanto fondata esclusivamente sui fatti riferiti nell'esposto senza l'espletamento di alcuna attività istruttoria.
La tesi risulta infondata sulla base della mera lettura degli atti e dei documenti del procedimento dai quali risulta che l'incolpato ha ammesso i fatti oggetto di entrambi i capi di incolpazione, e precisamente: a) di avere ricevuto l'incarico, la procura e un fondo spese dalla signora {omissis} per promuovere un'azione civile che non ha invece promosso, pur avendo ripetutamente assicurato alla cliente di avere adempiuto il mandato; b) di non avere corrisposto le competenze spettanti all'Avv. {Gianni omissis, per le prestazioni di corrispondente domiciliatario svolte da questi su incarico dello stesso Avv. {omissis}.
La esclusione di responsabilità per le condotte contestate e ammesse è pertanto fondata dal ricorrente su altre circostanze di fatto che egli si è limitato ad affermare senza tuttavia offrire alcun elemento di prova.
Nel caso {omissis} egli ha infatti asserito di aver affidato la intera gestione della causa ad una sua collaboratrice che per negligenza ha omesso di curare la proposizione del giudizio civile.
Circostanza tuttavia che il ricorrente non ha provato in alcun modo, rifiutando di rivelare l'identità della collaboratrice.
La giustificazione peraltro non è rilevante non solo perché non provata, ma poiché non esclude la responsabilità contestata al ricorrente (la dichiarazione del collega di studio è priva di efficacia probatoria in quanto de relato, riferendo quanto questi avrebbe sentito affermare dall'incolpato, e comunque relativa a circostanza che non esclude la responsabilità del legale incaricato dalla parte).
La gravità della condotta contestata nei capi di incolpazione pertanto sussiste in quanto avere omesso l'adempimento del mandato e avere fornito ciononostante false assicurazioni alla parte assistita integra la violazione di doveri essenziali dell'avvocato, anche qualora lo stesso abbia affidato a collaboratori compiti che avrebbe dovuto svolgere personalmente o far svolgere sotto la sua personale responsabilità nello studio verificandone l'esecuzione attentamente e costantemente; è inoltre grave violazione avere fornito alla parte assistita informazioni inveritiere senza averne verificato la corrispondenza alla realtà.
Non si tratta pertanto di una sorta di "responsabilità oggettiva", ma di responsabilità personale per doveri che fanno carico a colui al quale il mandato è stato conferito e lo ha accettato.
Senza considerare che la giustificazione fornita a sostegno del rifiuto di rivelare l'identità della collaboratrice additata come responsabile risulta inattendibile in quanto dapprima motivata con il dovere di rispettarne la privacy e quindi per la preoccupazione di non esporla a conseguenze di natura disciplinare.
Quanto al caso {omissis i fatti oggetto di incolpazione sono stati ammessi e la giustificazione addotta della esistenza di un mandato congiunto non è stata provata con la presentazione degli atti processuali sui quali il mandato era apposto, atti dei quali il ricorrente doveva necessariamente disporre, sicché la dichiarazione di non disporne non appare verosimile.
Manifestamente priva di fondamento è inoltre l'ulteriore eccezione formulata riguardo al caso {omissis}, per la quale l'inadempimento del mandato professionale non sarebbe sanzionabile se non in casi di particolare gravità.
L'affermazione è smentita dalla costante giurisprudenza disciplinare (CNF 22/03/2006 n. 8; id. 22/10/2010 n. 109) e dalla semplice lettura dell'art. 38 del codice deontologico forense che contiene una specificazione dei generali doveri di correttezza professionale.
La gravità dell'inadempimento può avere rilevanza ai fini dell'adeguatezza della sanzione ai sensi dell'art. 2 del C.D.F., ma non ai fini della configurazione della violazione e della sussistenza della responsabilità ove i fatti siano provati, come è nel caso in esame.
I fatti sono quindi provati dagli atti e per ammissione dell'incolpato e le circostanze dallo stesso addotte per escludere o comunque attenuare la propria responsabilità non sono state provate pur avendone l'incolpato la possibilità concreta.
Gli addebiti contestati per violazioni commesse nei confronti del Collega {omissis sono inoltre fondate sull'art. 30 C.D.F. e sulla costante giurisprudenza disciplinare (CNF 22/12/2007 n. 235).
Va pertanto confermata la responsabilità dell'incolpato per tutti gli addebiti contestati.

La sanzione inflitta appare congrua in relazione sia alla gravità dei fatti sia al comportamento processuale dell'incolpato.
P.Q.M.
Il Consiglio Nazionale Forense, riunitosi in Camera di Consiglio;
visto l’art. 54 del R.D.L. 27.11.1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del R.D. 22.1.1934, n. 37;
rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma il 28 aprile 2011.

 

Documento pubblicato su ForoEuropeo - il portale del giurista - www.foroeuropeo.it

 


 

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