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Deontologia - L’avvocato che sia anche magistrato onorario deve astenersi dal decidere le cause dei propri colleghi di studio

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Pone in essere un comportamento contrario ai doveri di lealtà e correttezza il professionista che nell’esercizio delle funzioni di magistrato onorario non si astenga ex art. 53 n. 2 C.D.F. in una procedura introdotta da un avvocato sulla cui carta intestata risulti anche il proprio nominativo quale componente dello studio (Nel caso di specie, l’avvocato magistrato onorario, dopo aver deciso -accogliendolo- il ricorso del collega di studio, si era inoltre personalmente recato presso l’autorità di polizia competente al fine di accertare l’esecuzione del provvedimento stesso). Consiglio Nazionale Forense (Pres. f.f. Vermiglio, Rel. Tacchini), sentenza del 29 novembre 2012, n. 169

Consiglio Nazionale Forense (Pres. f.f. Vermiglio, Rel. Tacchini), sentenza del 29 novembre 2012, n. 169

 

FATTO
L’incolpazione traeva motivo dall’esposto presentato al COA di Udine da G.B. e D. P., zii del minore G.G. I. loro affidato, di seguito alla morte di entrambi i genitori, dal Consolato italiano di Budapest (affidamento di cui avevano chiesto la conferma al Tribunale per i minorenni di Trieste in uno con la richiesta di adozione) i quali erano venuti a conoscenza dell’apertura di procedimento per la nomina di tutore avanti l’avv. G. V. Giudice Tutelare di Udine, sezione di Cividale del Friuli che ne aveva disposto ed effettuato l’audizione.
Riferivano di essere stati quindi contattati dalla zia (per parte di madre) del minore che, preannunciato telefonicamente il provvedimento della sua nomina a tutore, si presentava alla residenza degli esponenti per prelevare il bambino; al loro diniego, la signora chiedeva l’intervento del proprio legale dell’avv. D. il quale dapprima contattava telefonicamente il giudice tutelare avv. V., poi riteneva opportuno chiedere a sua volta quello dei locali Carabinieri, i quali alla fine convincevano a consentire alla consegna gli esponenti, che si riservavano accertamenti di seguito ai quali venivano a conoscenza di errori procedimentali da parte del GT avv. V., peraltro collega di studio dell’avv. D. cui affermavano essere legata da vincoli affettivi.
L’avv. V., invitato dal COA a fornire i chiarimenti in ordine all’esposto, confermava la richiesta dell’ avv. D. in relazione a problemi sorti nell’esecuzione di un suo provvedimento e di essersi recata al competente Comando Carabinieri quando le era stato riferito che il provvedimento stesso non era stato eseguito; negava l’esistenza di rapporti con l’avv. D. diversi da quelli dell’occupazione di una parte dell’immobile sede dell’associazione professionale di cui entrambi facevano parte.
Quanto ai difetti procedimentali del provvedimento di nomina del tutore, ancora non efficace a detta del Tribunale per i minorenni, affermava di ritenerlo per sua natura urgente, in quanto relativo ad un minore, e conseguentemente di averlo dichiarato immediatamente esecutivo.
Il COA deliberava l’apertura del procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. V. con il seguente capo di incolpazione: “per essere venuta meno ai doveri di cui agli artt. 53 II, 5 e 6 del Codice Deontologico Forense, poiché, su richiesta telefonica del suo Collega di studio avv. F. D., legale della sig.ra S., nell’esercizio delle proprie funzioni di Magistrato onorario del Giudice Tutelare interveniva recandosi di persona presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Udine sollecitando l’immediata esecuzione del proprio decreto dd. 11.03.2005, che autorizzava la S. a prelevare il minore G.G. dalla casa degli zii paterni, decreto cui non poteva essere data esecuzione, essendo stato emesso quando non era ancora divenuto efficace il precedente decreto dd. 8.3.2005 di nomina del tutore, per quanto previsto dall’art. 741 cpc. In Udine il 11.3.2005”.
All’udienza dell’11 maggio 2007, esaurita la fase istruttoria, il COA applicava all’avv. V. la sanzione della censura, atteso che fra la stessa e l’avv. D., che pur non in forma associata svolgevano la propria attività professionale nel medesimo studio, richiedesse particolare cautela e necessitasse puntuale rispetto delle norme sulla incompatibilità; norme in forza delle quali, l’avv. V., appreso che per l’esecuzione di un suo provvedimento era stato incaricato l’avv. D., con cui aveva rapporti di confidenza e familiarità, avrebbe dovuto astenersi quale Giudice Tutelare da qualsiasi ulteriore attività – peraltro neppure richiesta – volta a favorire l’esecuzione del proprio provvedimento: l’intervento presso i Carabinieri deve pertanto considerarsi comportamento assunto in violazione dell’art.53, canone secondo, del CDF e dei primi generali doveri di cui agli artt. 5 e 6 CDF.
Contro la decisione del COA di Udine ricorre l’avv. V., assumendo che la stessa non tiene conto, in primo luogo, che le indagini preliminari e l’istruttoria dibattimentale hanno accertato la totale insussistenza di qualsiasi rapporto con l’avv. D. che non fosse solo quello di esercitare la professione, ma ciascuno in modo autonomo, negli stessi locali; in secondo luogo, che si decise ad intervenire presso i Carabinieri dopo essersi confrontata con la Procura della Repubblica di Udine ed al solo scopo di chiedere informazioni e di confermare la validità del suo provvedimento.
Intervento che lo stesso COA ipotizza possa essere risultato non decisivo relativamente ai successivi eventi e che lungi dall’avere comportato un trattamento di riguardo nei confronti di un collega è stato determinato unicamente dall’ impegno e dallo scrupolo di salvaguardare gli interessi di un minore coinvolto in una situazione tanto difficile.
Ricorda infine che il procedimento penale a suo carico per il reato di cui all’art. 323 cod. pen. è stato archiviato su richiesta del Procuratore della Repubblica di Bologna che ha escluso che “ la iniziativa del Giudice Tutelare di recarsi alla caserma dei Carabinieri del capoluogo possa essere censurata in sede penale come iniziativa esorbitante o addirittura per finalità deviate”.
I criteri valutativi della condanna tenuta dall’avv. V., adottati in sede penale, possono essere condivisi, e comportare uguale giudizio di insussistenza di responsabilità, anche sul piano disciplinare, attesa l’esclusione che il suo intervento sia stato motivato da qualsivoglia condizionamento e che lo stesso possa avere avuto la benchè minima incidenza sull’operato dei Carabinieri.
Al più, si poteva, e si potrà, parlare di inopportunità, che non integra certamente, né può integrare, alcuna rilevanza di carattere disciplinare.
Conclude per la totale riforma della decisione impugnata
DIRITTO
La decisione del COA di Udine appare correttamente motivata e fondata sulla nozione di incompatibilità quale configurata dall’art. 51 cod. proc. civ., norma che prevede quando il magistrato debba astenersi dal giudicare e sulla previsione del canone II art. 53 CDF, in virtù del quale l’avvocato chiamato a svolgere funzioni di magistrato onorario deve rispettare tutti gli obblighi inerenti a tali funzioni fra i quali proprio le incompatibilità ora citate.
Le affermazioni della ricorrente secondo le quali il COA ha errato omettendo di considerare che l’assunzione dell’incarico e l’emissione del decreto di affidamento del minore si pongono in epoca antecedente al suo intervento presso i carabinieri competenti non ha pregio atteso che, una volta conosciuto che l’affidataria del minore era assistita dal collega di studio, correttezza imponeva il dovere astenersi da qualsivoglia ingerenza ulteriore nella vicenda; ancor più di recarsi personalmente presso l’autorità di polizia competente per accertare l’esecuzione del provvedimento.
Il COA non ha ritenuto di dare particolare importanza al fatto che i provvedimenti emessi dell’avv. V. nella sua veste di giudice tutelare fossero viziati da inefficacia né che l’assoluzione dell’avv. D. dall’addebito disciplinare potesse influire sulla posizione dell’avv. V.: non è il tenore del provvedimento o la sua correttezza procedurale che vengono valutati dal COA, non è la veste dell’avv. D. quale difensore dei congiunti del minore che assume rilievo nella vicenda, ma è la funzione di giudice tutelare svolto dalla ricorrente che doveva imporre alla stessa di astenersi sia dall’emettere il provvedimento a favore del difeso dal collega di studio – senza approfondire, come ha correttamente fatto il COA, l’ esistenza di vincoli ulteriori rispetto a quello pacificamente ammesso della cogestione dello studio professionale – sia dall’accertare e curare personalmente l’esecuzione del proprio provvedimento.
L’avv. V. era a perfetta conoscenza che il minore era assistito dal collega di studio e non ha offerto dimostrazione alcuna che l’intervento di quest’ultimo si fosse limitato alla sola presenza, nel pomeriggio, nella casa dei congiunti del minore, e ciò a prescindere dalla circostanza che nessuna carica onoraria costui rivestisse: ciò che rileva è un intervento deontologicamente riprovevole, non il risultato concreto ottenuto con l’intervento, sicchè nessun pregio ha il richiamo dell’avv. V. al tenore del provvedimento di archiviazione del procedimento penale aperto a suo carico per interesse privato in atti di ufficio.
Costante in proposito la giurisprudenza di questo Consiglio, secondo la quale “ pone in essere un comportamento contrario ai doveri di lealtà e correttezza il professionista che nell’esercizio delle funzioni di magistrato onorario non si astenga ex art. 53 n. 2 C.D.F. in una procedura introdotta da un avvocato sulla cui carta intestata risulti anche il proprio nominativo quale componente dello studio (CNF, 6.9.2002 n. 121) fattispecie certamente di minore gravità rispetto a quella oggetto del procedimento disciplinare de quo, nel quale l’attività dell’avvocato/magistrato onorario si è estesa, pur nella consapevolezza della presenza del collega di studio come difensore di una delle parti, ad un inopinato accesso alla autorità di polizia chiamata ad attuare il proprio provvedimento giudiziale.
L’avv. V. quindi, una volta conosciuto che il proprio collega di studio aveva assunto la difesa di persona oggetto di una procedura da lei curata quale giudice tutelare, avrebbe dovuto immediatamente astenersi e, a maggior ragione, sospendere qualsivoglia attività diretta ad ottenere l’esecuzione del proprio provvedimento: comportamento non solo inopportuno ma con una connotazione di indifferenza al rispetto della norma deontologica di cui all’art. 53, 2° canone che giustifica la sanzione irrogata del COA di Udine
P.Q.M.
Il Consiglio Nazionale forense, riunito in Camera di Consiglio;
visti gli artt. 50 e 54 del R.D.L. 27.11.1933 n. 1578 e 59 e segg. del R.D. 22.01.1934, n. 37;
respinge il ricorso.
Così deciso in Roma lì 12 luglio 2012.

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