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Avvocato - Procedimento disciplinare - Obbligo di informazione - Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 17 settembre 2012, n. 117

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L’art. 40 CDF, nel disciplinare gli obblighi di informazione, impone una corretta e veritiera informazione a prescindere dalla innocuità reale o virtuale delle comunicazioni non corrispondenti al vero, giacché il rapporto fiduciario che lega l’avvocato al cliente non può certamente tollerare un comportamento che violi un aspetto essenziale quale appunto quello consistente nella completezza, compiutezza e verità delle informazioni destinate all’assistito. Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 17 settembre 2012, n. 117

Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 17 settembre 2012, n. 117

FATTO
Con delibera adottata in data 25 ottobre 2010 il COA di Como disponeva l’apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’Avvocato [RICORRENTE] in conseguenza dell’esposto a firma del sig. [ESPONENTE] pervenuto al COA in data 22.10.2010, con il quale lo stesso rappresentava di aver conferito nell’anno 2007 incarico all’avvocato [RICORRENTE] per l’impugnazione del testamento olografo di un cugino residente a Cantù, di aver provveduto in data 20.09.2007 a saldare allo stesso avvocato parcella relativa (a dire dell’Avv. [RICORRENTE]) a 3 udienze della causa e di essere stato informato personalmente, in data 13.11.2009, presso lo studio dello stesso della data in cui si sarebbe dovuto definire il procedimento.
Successivamente non riuscendo più ad avere informazioni circa l’esito del giudizio dal proprio difensore si rivolgeva al COA per segnalare quanto occorso.
Il Consiglio delegava il consigliere Bolzicco allo svolgimento della preistruttoria, e di tanto dal segretario del COA veniva data comunicazione all’esponente. Contestualmente il Consigliere Bolzicco invitava, senza esito, l’avvocato [RICORRENTE] a far pervenire le proprie deduzioni difensive. Nel corso della preistruttoria si accertava che la causa civile non era mai stata iscritta a ruolo. In conseguenza di tanto al professionista venivano contestati i seguenti addebiti:
“1. per la violazione degli artt..5, 8, 40 e 42 del Codice Deontologico Forense, per non avere dato riscontro alla lettera del 25.03.2010 del signor [ESPONENTE], con la quale si chiedevano notizie in merito ad una causa successoria [ESPONENTE]-[OMISSIS]/[OMISSIS] avente ad oggetto la validità del testamento del cugino defunto sig. [OMISSIS] (deceduto in data 20/02/07) e per non aver provveduto a restituire alla parte assistita la documentazione relativa all’espletamento del mandato, malgrado il sig. [ESPONENTE] ne abbia fatta richiesta;
2.per la violazione degli art.5, 6, 8 e 38 del Codice Deontologico Forense per aver riferito al sig. [ESPONENTE] della pendenza del giudizio che si dava per pendente avanti al Tribunale Ordinario di Como, sezione distaccata di Cantù mentre, alla data della segnalazione (pervenuta dopo circa tre anni dal conferimento del mandato) da informazioni assunte successivamente presso la suddetta cancelleria risultava non essere pendente alcun giudizio tra le suddette parti;
3.per la violazione dell’art.43 del Codice Deontologico Forense per avere richiesto l’importo di €.5000,00=(si veda la fatt.n.20/2007 del 20.9.2007) quale acconto per attività giudiziale non svolta;
4.per la violazione dell’art.24, II canone, del Codice Deontologico Forense per aver omesso di fornire a questo Consiglio dell’Ordine, benchè sollecitato, le deduzioni, osservazioni ed i chiarimenti richiesti in ordine all’esposto presentato nei Suoi confronti dal Sig. [ESPONENTE].
Fatto accaduto in Como dal settembre 2007 ad oggi.”
Con delibera del 13 dicembre 2010 veniva disposta per il giorno 28 marzo 2011 la celebrazione del procedimento disciplinare. All’udienza fissata venivano escussi i testi citati e ascoltato l’incolpato presente, il quale riconosceva di non aver incardinato il giudizio, ma di avere svolto una intensa attività stragiudiziale e di aver ricevuto le somme come fatturate, concludeva chiedendo il proscioglimento. Il Collegio all’esito della camera di consiglio riconosciuta la sussistenza delle violazioni disciplinari contestate irrogava la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per mesi tre.
La decisione depositata in data 5 maggio 2011, era notificata al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Como, mediante consegna di copia a mani di dipendente dello stesso Ufficio in data 07.05.2011 e all’incolpato, Avv. [RICORRENTE], mediante consegna di copia in busta chiusa e sigillata a mani dell’impiegata addetta alla ricezione, stante la momentanea assenza del destinatario in data 11.05.2011.
Avverso tale atto, in data 31.05.2011, proponeva ricorso personalmente l’incolpato.
Con l’atto d’impugnazione il professionista eccepiva l’insussistenza della contestazione di cui al capo 1, per non avere il COA adeguatamente motivato in merito alla successiva missiva di revoca del mandato. Sosteneva, infatti, l’appellante che la prova dell’avvenuto riscontro era insita nelle corrispondenze intercorse, dal momento che se la lettera del 25.03.2010 non
fosse stata riscontrata dal professionista, non vi sarebbe stata la successiva del 30.09.2010, dal cui tenore letterale si evince che nessun addebito veniva mosso al legale quanto al mancato riscontro alla precedente comunicazione.
Quanto al capo sub 2 – rappresentazione della pendenza della causa – sosteneva di non aver mai detto ai clienti che la causa non era stata incardinata, cosicché ove i clienti avessero inteso cosa diversa tanto non era stato determinato da dolo intenzionale del professionista. Ancora una volta richiamava la lettera di revoca del mandato nella quale lo si ringraziava per l’attività svolta. Concludeva questo secondo motivo ribadendo di essere “rimasto certamente inadempiente rispetto all’impegno assunto di promuovere la causa”, ma negava di aver riferito intenzionalmente circostanze non vere al proprio cliente.
Relativamente al capo sub 3, chiariva di aver richiesto soltanto un anticipo pari ad € 800,00 per ognuno dei cinque clienti. Fondo spese congruo relativamente al valore patrimoniale ereditario.
Con altro motivo contestava la sussistenza della ritenuta violazione dell’art. 24 CDF, richiamando giurisprudenza della Suprema Corte risalente all’anno 2011, dalla quale si poteva ricavare l’insussistenza dell’illecito.
Con l’ultimo motivo contestava la sanzione irrogata in quanto eccessiva rispetto ai fatti ricostruiti nella loro realtà, che si riduceva al solo inadempimento professionale (non aver provveduto ad incardinare la causa).
Chiedeva il totale annullamento della decisione e in via subordinata l’irrogazione di sanzione meno afflittiva, ovvero nel minimo.
Pervenuto il fascicolo al C.N.F., si provvedeva a fissare l’odierna udienza di trattazione di cui era dato avviso, regolarmente notificato, alle parti.
All’odierna udienza le parti presenti concludevano come da separato verbale.
DIRITTO
I primi tre motivi, pur se relativi a diversi capi d’incolpazione, possono essere esaminati congiuntamente in quanto per tutti si denunzia una errata ricostruzione dei fatti da parte del C.O.A. basata essenzialmente sulla mancata correlazione temporale degli eventi. Questi se adeguatamente letti nella loro successione temporale danno effettivamente contezza che il professionista non avesse alcuna documentazione da restituire come invece richiestogli dall’esponente in data 25.03.2010, e tanto alla luce della successiva missiva del 30.09.2010, che dal tono e dal contenuto fa ritenere fondatamente che il professionista avesse dato riscontro alle precedenti richieste pervenutegli, il che impone sul punto la riforma della impugnata decisione.
Al contrario quanto al secondo capo d’imputazione le affermazioni dell’esponente non sono state contrastate da elementi concreti da parte del professionista sul quale gravava l’onere di provare che egli non avesse mai dato modo, per la poca chiarezza delle sue spiegazioni alla parte di ritenere che ci fosse un giudizio pendente d’innanzi al Tribunale Civile di Como sezione distaccata di Cantù. Nel caso il professionista è venuto certamente meno ai doveri di lealtà, correttezze e fedeltà, in quanto con la propria condotta ha implicitamente indotto il proprio cliente a ritenere promosso e instaurato il procedimento. Trattandosi di condotta ad effetto istantaneo, a nulla rileverebbe un successivo chiarimento tra la parte ed il professionista, che, peraltro, nella specie deve ritenersi assente, altrimenti la parte non si sarebbe indotta a ricorrere al COA. Va, inoltre, ricordato che l’art. 40 CDF, contestato al professionista, nel disciplinare gli obblighi di informazione, impone in ogni caso una corretta e veritiera informazione a prescindere dalla innocuità reale o virtuale delle comunicazioni non corrispondenti al vero. Un rapporto fiduciario quale quello che lega l’avvocato al cliente non può certamente tollerare un comportamento che violi un aspetto essenziale del “rapporto fiduciario” proprio consistente nella completezza, compiutezza e verità elle informazioni destinate all’assistito. La presentazione di un esposto, infatti, fornisce prova della “poca chiarezza espositiva del professionista”.
Ogni altra considerazione appare a questo punto superflua, tanto più che la conferma alla sussistenza dell’illecito disciplinare trova conferma nella pretesa economica, che per l’importo non può trovare giustificazione quale fondo spese e anticipo, se non per l’instaurazione di un giudizio. In merito, si rappresenta che in data 12.09.2007 era stato conferito il mandato e in data 20.09.2007 risulta il versamento economico al professionista che quindi non poteva essere a copertura di attività stragiudiziali ancora da compiersi. A tanto si aggiunge che lo stesso appellante nei motivi d’impugnazione, nel sostenere la congruità delle somme richieste, specificamente riconosce che l’attività da svolgersi consisteva nel “promuovere una causa di petizione di eredità e/o di impugnazione di un testamento” (cfr. pag. 6 motivi d’impugnazione). Tali elementi nel loro complesso appaiono dunque idonei ad indurre il cliente in errore, facendogli legittimamente ritenere la pendenza di un giudizio. Ciò senza voler considerare che integra la violazione deontologica contestata anche il comportamento del professionista che non abbia adempiuto al mandato conferitogli benché per mera trascuratezza degli interessi della parte.
La costante giurisprudenza di questo Consiglio formatasi sull’art. 24 CDF, in una lettura costituzionalmente orientata della norma, rende ammissibile il motivo d’impugnazione relativo alla contestazione del mancato riscontro alle richieste di chiarimenti inviate dal COA a seguito del ricevimento dell’esposto. Infatti, nel giudizio di bilanciamento tra i due distinti diritti/doveri, quello che prevale è certamente il diritto di difesa esplicantesi attraverso il silenzio. Cosicché il non riscontrare una richiesta di chiarimenti del COA, non costituisce illecito, non potendosi sacrificare il diritto di difesa del soggetto in nome del semplice dovere di correttezza nei confronti del Consiglio di appartenenza, che peraltro si identifica con il futuro giudicante.
Il parziale accoglimento dei motivi d’impugnazione comporta una revisione della decisione quod penam. È fuor di dubbio che le violazioni poste in essere costituiscono per tutto quanto detto sopra violazione tale che non possa che essere sanzionata, così come già fatto dal COA, con la sospensione dall’esercizio professionale in considerazione della gravità dei fatti desunta dalla condotta, nonché dal comportamento processuale complessivamente tenuto e dai precedenti disciplinari. Quanto alla misura della sanzione da irrogare, questa può essere ridotta e contenuta nel minimo edittale di mesi due.
P.Q.M.
Il Consiglio Nazionale Forense, riunitosi in Camera di Consiglio;
visti gli artt. 50 del R.D.L. 27.11.1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del R.D. 22.1.1934, n. 37;
in parziale accoglimento del ricorso proposto, proscioglie l’incolpato dai capi sub 1 e 4 del incolpazione, e per l’effetto riduce l’irrogata sanzione della sospensione dall’esercizio professionale a mesi due .
Così deciso in Roma il 26 aprile 2012.
IL SEGRETARIO f.f. IL PRESIDENTE f.f.

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