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Firma apocrifa e falsa attestazione della sua autenticità

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Viene meno al doveri di lealtà il professionista che autentichi una sottoscrizione apocrifa, ovvero faccia sottoscrivere un atto ad un soggetto che sappia non essere quello che avrebbe dovuto farlo (Nel caso di specie, trattavasi di firma apposta in calce ad una transazione). Consiglio Nazionale Forense (Pres. f.f. Perfetti, Rel. Sica), sentenza del 29 novembre 2012, n. 176

Consiglio Nazionale Forense (Pres. f.f. Perfetti, Rel. Sica), sentenza del 29 novembre 2012, n. 176

 

FATTO


L’avvocato A. L. veniva sottoposta a procedimento disciplinare a seguito di due esposti presentati al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Modena: nn. 73/2010 e 80/2010.
n particolare, nell’esposto n. 73/2010 venivano rappresentati i seguenti fatti: il sig. R. P. riteneva l’avvocato L. responsabile di aver richiesto la notifica dell’atto di appello avverso la sentenza n. 5053/2009 emessa dal Tribunale di Modena – Sezione distaccata di Pavullo nel Frignano in data 22.12.2009 laddove la notifica della sentenza di primo grado era avvenuta in data 10.11.2009; lamentava, inoltre, gli errori nella relata di notifica, il mancato rispetto del termine a comparire e l’inesatta richiesta di sospensione dell’esecutorietà della sentenza di primo grado.
Nell’esposto n. 80/2010 veniva rappresentato quanto segue: il sig. O. riteneva l’avvocato L. responsabile deontologicamente per il fatto di aver dato esecuzione ad una transazione dallo stesso mai sottoscritta né altrimenti autorizzata.
In particolare, pendente una procedura di recupero credito tra la impresa individuale Ricci Manuel (debitore) e la società M. O. s.r.l. (creditore) veniva raggiunto un accordo transattivo verbale per il quale la impresa individuale R. M. avrebbe dovuto versare alla società M.O.s.r.l. la somma di euro 7.700,00.
A tale transazione veniva data esecuzione dall’avvocato L. ma aveva ad oggetto una somma notevolmente inferiore e cioè di 3.700,00.
Tale transazione non era stata sottoscritta dal sig. O. né da questi altrimenti autorizzata.
Il COA di Modena, esperita la procedura preliminare durante la quale l’Avv. L. depositava memorie in sua difesa, provvedeva ad aprire il procedimento disciplinare e formulava le seguenti incolpazioni:
1) in relazione all’esposto n 73/2010: “Per essere venuta meno al dovere di lealtà, correttezza e competenza avendo richiesto in data 22.12.2009 la notifica di atto di appello, a seguito di assunzione di incarico nell’interesse del sig. R.P., avverso la sentenza del Tribunale di Modena – Sezione distaccata di Pavullo n. 5053/2009, notificata al sig. R.P. in data 10.11.2009 nel suo domicilio eletto presso il suo Procuratore costituito, avendo, per detto incarico, richiesto ed ottenuto il pagamento della somma di euro 4.505,00”;
2) in relazione all’esposto n. 80/2010: “Per aver violato i doveri di correttezza, fedeltà e diligenza. Avendo provveduto a dare esecuzione ad una transazione datata 23.07.2009 tra l’impresa Individuale Ricci Manuel e la soc. M.O.s.r.l. senza il consenso del sig. O. D., Presidente del Consiglio d’Amministrazione della società, avendo previsto nell’accordo il pagamento della complessiva somma di euro 3.700,00 anziché euro 7.700,00 e con apposta la firma “apparente” del sig. Daniele O. senza sincerarsi che la firma fosse autentica”.
Il COA di Modena, dopo aver esperito la fase istruttoria e ritenuti provati i fatti oggetto di incolpazione, irrogava all’Avv. L. la sanzione della sospensione di mesi due dall’esercizio dell’attività forense.
Il COA riteneva di irrogare la sanzione de qua per aver riscontrato le violazioni di cui ai capi di incolpazione (anche se con riferimento al capo secondo riteneva, come dopo si dirà, solo violato il dovere di lealtà) per i seguenti motivi.
In relazione all’esposto 73/2010, il COA di Modena riteneva che l’Avv. L. fosse venuta meno ai doveri di lealtà, correttezza e competenza per aver violato l’obbligo di notificare tempestivamente e nei termini l’atto di citazione in appello alla sentenza n. 5053/2009 pronunciata dal Tribunale di Modena – Sezione distaccata di Pavullo nel Frignano.
In particolare, il COA riteneva provata documentalmente la circostanza per cui l’Avv. L., conferitole dal sig. Pasini l’incarico di impugnare la sentenza di primo grado che lo vedeva soccombente, non aveva nel proporre impugnazione rispettato i termini previsti dalla legge. Non erano, inoltre, stati rispettati i termini per la notifica dell’atto alla controparte ed erano riscontrabili errori nella relata di notifica.
Era stato riscontrato, altresì, il mancato rispetto del termine a comparire e l’inesatta richiesta di sospensione dell’esecutorietà della sentenza di primo grado.
Priva di alcun pregio, riteneva il COA, la memoria difensiva depositata dall’Avv. L..
Con riferimento all’esposto n. 80/2010, il COA di Modena, pur ritenendo che gli elementi emersi durante l’istruttoria non erano tali da consentire un giudizio che consentisse di constatare una condotta violativa dei doveri di fedeltà e correttezza, pur tuttavia riteneva che la condotta posta in essere dall’Avv. L. integrasse la violazione del dovere di lealtà in merito alla sottoscrizione non autografa da parte del cliente.
Il COA, infatti, riteneva in decisione che la L. avesse autenticato una firma che sapeva non essere quella autografa del sig. O. ritenendo nella circostanza provata solo ed esclusivamente in base alla deposizione della sig.ra B. moglie del sig. O.
Quest’ultima, infatti, sentita durante la fase istruttoria sebbene a tratti non ricordasse nello specifico come si fossero svolti i fatti, ricordava, però, sicuramente che era stata contattata dall’Avv. L. e che aveva sottoscritto in nome e per conto del di lei marito, sig. O., l’atto di transazione.
Il COA, dunque, riteneva quantomeno provata la circostanza che l’Avv. L. avesse fatto sottoscrivere un atto ad un soggetto che sapeva non essere quello che avrebbe dovuto farlo, consapevole, quindi del fatto che la firma non fosse autografa.
Avverso la decisione del COA di Modena notificata all’incolpata il 30.08.2011, l’Avv. L. il 19.09.2011 ha presentato ricorso tempestivo chiedendo che il C.N.F. provveda ad annullare la decisione del COA di Modena e per l’effetto mandarla assolta per non aver commesso i fatti contestati.
In via del tutto gradata, qualora il C.N.F. dovesse ritenere i fatti contestati alla L. disciplinarmente rilevanti ed integranti le violazioni del Codice Deontologico Forense, chiede irrogarsi una sanzione più adeguata e meno afflittiva.
I motivi del ricorso si presentano fortemente generici, traducendosi in una generica espressione di doglianza avverso gli esposti prima e della decisione del COA poi.
Con riferimento all’esposto n. 73/2010 a firma di R. P. si deduce non essere stata raggiunta la prova della colpevolezza e non può addebitarsi alcuna condotta negligente o contraria ai doveri di correttezza e diligenza.
Nel merito viene rappresentato che il difensore aveva richiesto la notifica dell’atto di appello avverso la sentenza n. 5053/2009 emessa dal Tribunale di Modena – Sezione distaccata di Pavullo nel Frignano in data 22.12.2009 laddove la notifica della sentenza era avvenuta in data 10.11.2009.
Viene, quindi, ripercorso l’iter attraverso il quale l’Avv. L. (dal conferimento dell’incarico di impugnare la sentenza di primo grado sino alla notifica dell’atto alla controparte) aveva rispettato i termini di legge non essendo venuta meno ai suoi doveri di correttezza e diligenza non avendo né commesso errore alcuno nella relata di notifica né per aver, altrimenti, mancato di rispettare il termine a comparire.
Inoltre, viene contestato che la richiesta di sospensione dell’esecutorietà della sentenza di primo grado fosse stata formulata in termini inesatti.
Viene, poi, dedotto che la notifica della parte per l’esecuzione non equivale a notifica al procuratore costituito per la decorrenza dei termini brevi per l’appello.
Viene, ulteriormente, rilevato che l’Avv. L. non conosceva la data della notifica della sentenza di primo grado non avendo seguito il processo dall’inizio ma essendosene occupata solo ed esclusivamente durante il grado dell’appello. Si rileva, inoltre, che il COA a conforto della propria ricostruzione indica solo gli assegni versati a titolo di compenso professionale con date di negoziazione ed incassi, che in nessun modo possono provare che l’Avv. L. avesse cognizione della data di notifica della sentenza da cui far decorrere i termini per l’impugnazione.
Viene, infine, dedotto che il giudizio di colpevolezza si basa solo sulla ricostruzione dell’esponente, inter alia, non escusso durante la fase istruttoria perchè gravemente malato. Mancano i necessari riscontri esterni.
Con riguardo all’esposto n. 80/2010 a firma del sig. O., nel ricorso viene dedotto che l’accordo transattivo con la controparte non era stato raggiunto senza il consenso né per una somma non autorizzata.
In particolare, in relazione alla deposizione dell’unico teste escusso, la sig,.ra Bianconi, moglie del sig. O., viene rilevata una mancanza di prove tali da consentire un giudizio che integri una condotta violativa dei doveri di fedeltà e correttezza, come per altro pure sostenuto dal COA nella decisione gravata.
Si ritiene, altresì, di non poter condividere le determinazioni cui giunge il COA di Modena con riferimento alla violazione del dovere di lealtà: in particolare viene dedotto che non vi sono prove dalle quali si possa ricavare che la condotta dell’Avv. L. integri la violazione del dovere di lealtà in merito alla sottoscrizione da parte del cliente in quanto tale circostanza viene ritenuta provata solo ed esclusivamente in base alla deposizione della sig.ra B., moglie del sig. O., la cui esposizione dei fatti viene ritenuta dallo stesso COA di Modena poco chiara.
Quindi anche con riguardo a tale contestazione si ritiene che il COA avrebbe dovuto mandare assolta la L. per mancanza di prove certe sul comportamento tenuto dall’incolpata.
DIRITTO
Il ricorso è inammissibile.
Nel giudizio di appello, la cognizione del giudice resta circoscritta alle questioni dedotte dall'appellante attraverso l'enunciazione di specifici motivi, in quanto il giudizio di appello non è un iudicium novum ma una revisio prioris instantiae.
Il ricorso in esame, invece, richiama genericamente l'istruttoria espletata dal CDO e non espone le ragioni volte a confutare le argomentazioni che sorreggono la decisione impugnata.
Manca, quindi, una specificazione dei motivi di impugnazione che consenta al giudice d'appello, da un lato, di individuare le questioni sottoposte al suo esame e, dall'altro, di valutare le ragioni volte a confutare le argomentazioni che sorreggono la decisione impugnata.
"Atteso che nel giudizio di appello la cognizione del giudice resta circoscritta alle questioni dedotte dall'appellante attraverso l'enunciazione di specifici motivi, deve ritenersi inammissibile il ricorso che mancando della specificazone delle ragioni e dei motivi di impugnazione della decisione dell'organo territoriale, si limiti brevemente a vaghe enunciazioni." (C.N.F. 13-07-2009, n. 78)
Pur volendo considerare esaurienti le eccezioni dell'Avv. L., altre sono le motivazioni che ostano all'accoglimento del ricorso.
In merito all’esposto 73/2010 l’Avv. L. lamenta principalmente il mancato riscontro delle dichiarazioni dell’esponente in fase di procedimento disciplinare.
Tuttavia, il COA di Modena ha basato il suo giudizio di colpevolezza sugli atti acquisiti e non soltanto, quindi, su quanto riferito dall’esponente.
Le prove documentali agli atti, che rappresentano criterio logico – giuridico inequivocabile a favore della completezza e definitività dell’istruttoria, risultano senza ombra di dubbio lineari con i fatti raccontati dal sig. Pasini, autore dell’esposto.
Quanto all’esposto 80/2010, ancora una volta l’Avv. L. lamenta la mancanza di prova, questa volta in merito alla contestazione relativa all’apposizione della firma, unica circostanza per la quale veniva ritenuta colpevole.
Ebbene, tale circostanza, in realtà, risulta provata da quanto riferito dall’esponente, confermato poi dalla B..
In merito, poi, alle incertezze della dichiarazioni della B., è stato proprio il COA a valutarle adeguatamente, non ritenendo la condotta dell’Avv. L. violativa dei doveri di fedeltà e correttezza, ma solo di quello di lealtà.
Quest’ultimo dovere risulta certamente violato in quanto l’Avv. L. autenticava una firma sapendola apposta da altro soggetto.
P.Q.M.
Il Consiglio Nazionale Forense, riunitosi in Camera di Consiglio;
visti gli artt. 50 e 54 del R.D.L. 27.11.1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del R.D. 22.1.1934, n. 37;
rigetta il ricorso
Così deciso in Roma il 23 giugno 2012.
IL SEGRETARIO IL PRESIDENTE f.f.
f.to Avv. Andrea Mascherin f.to Prof. Avv. Ubaldo Perfetti
Depositata presso la Segreteria del Consiglio nazionale forense,
oggi 29 novembre 2012

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