| Direttore Domenico Condello
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| Avvocati sull'orlo dì una crisi dì nervi (e di soldi) - Abbandoni. Studi ridotti ai minimi termini. Una legislazione punitiva e lo Stato che paga dopo anni la difesa d'ufficio per i poveri stanno minando la professione. Anche perché, da noi, c'è un legale ogni 283 abitanti - Il Law Point ed è stato aperto a Bari: vendono pareri legali low cost (da IL VENERDI DI REPUBBLICA) Avvocati sull'orlo dì una crisi dì nervi (e di soldi) Abbandoni. Studi ridotti ai minimi termini. Una legislazione punitiva e lo Stato che paga dopo anni la difesa d'ufficio per i poveri stanno minando la professione. Anche perché, da noi, c'è un legale ogni 283 abitanti Qualcuno (e sono sempre di più) si ritira, altri invece usano i codici per pignorare addirittura lo Stato. I più innovativi reagiscono così: aprono negozi nei quali si vendono pareri legali low cost, come se il diritto fosse Ryanair. Niente scrivanie di lusso, ma mobili Ikea e con il legale che fa da segretaria a se stesso: preventivi sull'eventuale assistenza e prezzi stracciati, ma con forti polemiche all'interno della categoria soprattutto sulla qualità del servizio. L'ultimo nato, in ordine di tempo, si chiama Law Point ed è stato aperto a Bari. Un vento di crisi che non risparmia neppure i grandi studi degli avvocati d'affari, quelli dai nomi altisonanti e gestiti come società. Nel 2009 ha chiuso la sede milanese di White & Case, studio americano, e il prestigioso «Bonelli, Erede e Pappalardo» ha ridotto il numero dei collaboratori come una fabbrica in cassa integrazione. L'insieme è un lungo grido di dolore: tra il fisco da soddisfare e la delusione per una vita di lavoro buttata. Una sorta di coro tragico che corre ormai su internet e nei blog e che arriva dal mondo degli avvocati. Carriere professionali che sbattono il muso con i conti in rosso, redditi ai limiti della sopravvivenza che fanno a pugni con gli «studi di settore» rilanciati da Bersani per controllare i redditi dei professionisti, una fuga dalla toga che colpisce i più giovani e le donne in particolare. E che fa tornare alla mente una vecchia canzone dei Gufi: «.Io vado in banca / stipendio fisso / così mi piazzo / e non se ne parla più». Perché la fuga significa quasi sempre la fine di una vera attività lavorativa. Basta percorrere lo Stivale dei tribunali per raccogliere storie di abbandoni e di drammi economici: situazioni sino a pochi anni fa inimmaginabili per una delle professioni liberali più mitizzate. A Torino, ad esempio, l'Ordine degli Avvocati ha stipulato un accordo con una finanziaria di Biella specializzata nel recupero crediti. A non pagare questa volta non sono i furbetti delle cambiali, ma lo Stato. Che sarebbe tenuto a versare agli avvocati le parcelle per il gratuito patrocinio, garantito, nei processi chili come in quelli penali, a chi ha un reddito massimo di 9.732,84 euro all'anno. Gli ultimi dati nazionali (2007) parlano di 94.401 persone ammesse al beneficio, per un costo previsto di 84 milioni di euro. In realtà, i pagamenti non arrivano dal 2006 e in Piemonte ci sono parcelle inevase dal 2005. «Da una parte, si rischia di mettere in crisi un diritto fondamentale» dice l'avvocato Mario Napoli, presidente dell'Ordine torinese. «Dall'altra, si provocano difficoltà enormi per colleghi che sul "gratuito patrocinio" hanno impostato la loro effettiva attività». «A pagarne le conseguenze sono i più giovani» aggiunge Maurizio de Tilla, presidente dell'Oua, l'organismo unitario dell'avvocatura «che non ricevono i compensi da almeno t r e anni. Il 63 per cento della categoria naviga in cattive acque». A Genova, la reazione ai ritardi è stata ancora più rabbiosa, quasi surreale. Un gruppo di trecento avvocati, guidati da Riccardo Di Rella, ha deciso di avviare procedure di pignoramento nei confronti dello Stato. Replicando a un'interrogazione parlamentare, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, ha risposto: «Bambole, non c'è una lira!...». Le cose non vanno meglio per le difese d'ufficio dei cittadini extracomunitari. Dopo il dibattimento penale, quasi tutti risultano «irreperibili di fatto» e farsi liquidare le parcelle dalle casse pubbliche comporta, in media, tra i cinque e i sei anni di trafila per somme che spesso non superano i 300 euro. Se poi il rimborso stabilito dai magistrati non soddisfa, il ricorso prevede il pagamento di marche da bollo il cui costo rende antieconomica qualsiasi iniziativa. «Seguire i reati degli extracomunitari richiede uno studio continuo, con la nostra legislazione e quella europea sempre in evoluzione» spiega un'avvocatessa torinese. «Io per reggere divido le spese con un collega, senza segretaria e abbonamenti alle riviste di giurisprudenza. Posso permettermi solo affitto, telefono e luce». Che cosa significa tutto questo per i 198.041 legali iscritti all'albo in Italia sino al 31 dicembre 2008? E soprattutto per i 144.072 che usufruiscono della Cassa di previdenza forense e, dunque, esercitano in maniera continuativa la professione? Le tabelle della Cassa forense raccontano che il reddito medio (51.314 euro) del 2007 è addirittura inferiore quello dei primi Anni Novanta (51.990 euro) e un'analisi più approfondita rivela altre preoccupazioni: oltre il 20 per cento degli avvocati ha dichiarato un reddito inesistente o inferiore al minimo (7.590 euro) previsto per l'iscrizione alla Cassa e il 30 per cento ha guadagnato meno di 12.650 euro. E di tutti quei redditi, ma soprattutto dei più bassi, solo il 36 per cento può essere attribuito alle donne che oggi sono salite al 40 per cento della categoria. Ma è ancora più variegata e confusa l'analisi dei rimedi e delle polemiche che tormentano la realtà italiana dei codici. A Milano, l'Ordine forense ha scelto la via del sostegno aperto accordandosi con la Banca Popolare per garantire finanziamenti ai giovani: sino a 40mila euro. La tesi che sembra farsi più strada però è quella di favorire una riduzione degli iscritti agli albi. Con statistiche altrettanto implacabili: «In Italia c'è un giudice ogni 26,4 avvocati», ha spiegato il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, all'inaugurazione dell'anno giudiziario 2010. In Francia il rapporto è di 7,2 e in Inghilterra di 3,2. Sempre nel nostro paese, c'è un legale ogni 283 abitanti, contro i 1465 in Francia. Due anni fa, Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale Forense, aveva denunciato la necessità di cancellare «3035mila iscritti, perché non esercitano la professione». Ma anche la scomparsa di questi legali-fantasma non sembra in grado di risolvere un problema aggravatosi con il calo del giro d'affari di tutte le libere professioni: meno 30 per cento. Così, è soprattutto la riforma Bersani a finire sul banco degli imputati con la richiesta di sospendere o modificare gli studi di settore («Accompagnati» commenta Alpa «dall'inutile liberalizzazione della pubblicità che si possono permettere solo i grandi studi»), mentre molti chiedono invece il numero chiuso nelle facoltà di Legge. «Se non troveremo regole nuove» spiega Roberto Lamacchia, presidente nazionale dell'associazione dei Giuristi Democratici «assisteremo sempre di più al fenomeno della proletarizzazione dell'avvocatura. Legali senza clienti e magari addirittura senza studio, neppure certi di garantirsi la sopravvivenza». 63% Gli studi italiani che dichiarano di essere in difficoltà economiche 20% Quelli che dichiarano meno del reddito minimo per l'iscrizione alla Cassa 26,4 Gli avvocati in Italia per ogni giudice. In Francia il rapporto è di 7 a l |
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